La svendita dell’Italia imposta dall’Europa

IRI

Fino agli anni ’90 esisteva una grande holding pubblica: il suo nome era IRI.

L’IRI era strutturato in una serie di holding di settore che, a loro volta, controllavano le società operative. I settori controllati erano molteplici: Banche, telecomunicazione, trasporti, teleradiodiffusione, siderurgia, meccanica, cantieristica, costruzione…

Questo significa che le principali aziende italiane erano a partecipazione pubblica.

Negli anni ’60 l’IRI fu protagonista del miracolo economico e, dato che permetteva una buona cooperazione tra capitale pubblico e privato, era ben visto anche fuori dall’Italia.

In quegli anni l’Italia era una Nazione in continua crescita dove il cittadino medio viveva in un clima di serenità e guardava positivamente al futuro: esattamente l’opposto di quello che avviene oggi.

L’IRI si fece carico di grandi investimenti e lo Stato attraverso i “fondi di dotazione” contribuiva al suo finanziamento; tuttavia i fondi erogati riuscirono a coprire solo una minima parte delle spese per cui l’azienda fu costretta a finanziarsi attraverso l’indebitamento bancario.

La mala gestione portò, negli anni ’80, a notevoli perdite delle aziende del gruppo (principalmente nel settore siderurgico e cantieristico).

Così, il nuovo presidente Romano Prodi, attuò una prima ristrutturazione che portò, tra l’altro, alla cessione di 29 aziende del gruppo tra cui Alfa Romeo.

Ma il colpo decisivo all’IRI fu dato dalla Comunità Europea che impose all’Italia una svendita clamorosa (vedi accordo Andreatta-Van Miert).

Per finanziare il debito pubblico partì un programma di vendite dalle proporzioni stratosferiche: dal 1992 al 2000 lo Stato incassò 113 miliardi di euro; questi soldi servirono a far calare il debito pubblico cosicché l’Italia potesse entrare in Europa.

I politici non riuscirono ad impedire queste massicce privatizzazioni perché erano quasi tutti coinvolti nello scandalo tangentopoli.

L’IRI venne smembrata e le singole aziende vennero vendute ai privati per una somma nettamente inferiore al loro valore di mercato (un esempio: Supermercati GS furono ceduti alla cordata Benetton-Del Vecchio per 700 miliardi di lire, ma questi la rivenderanno ai francesi della Carrefour per 5000 miliardi)

L’IRI fu messo in liquidazione nel 2000 e nel 2002 fu incorporato in Finteca, scomparendo definitivamente.

Queste privatizzazioni “selvagge” fatte da qualche politico nostrano, sotto imposizione dell’Europa, hanno contribuito ad impoverire il nostro Paese e hanno fatto un bel regalo ai grossi investitori privati, che sono gli unici che ci hanno guadagnato.

Quando c’era l’IRI parte dei soldi spesi per l’acquisto di beni e servizi finiva nelle casse dello Stato, adesso gli stessi soldi vanno a costituire il patrimonio delle multinazionali.

Inoltre, le privatizzazioni avevano promesso di creare un mercato di libera concorrenza in cui le tariffe di beni e servizi sarebbero notevolmente diminuite: cosa che tuttora non è avvenuta; anzi si è verificato l’esatto contrario perché i privati, che tuttora elargiscono beni e servizi, non solo hanno aumentato (e continuano ad aumentare) le loro tariffe, ma hanno, anche, adottato una serie di strategie truffaldine ai danni del cittadino: tutto ciò è tipico del libero mercato dove l’unico obiettivo delle aziende è utilizzare ogni mezzo (lecito o meno) per massimizzare i profitti!

 

Fonte:

Istituto per la ricostruzione industriale. (27 gennaio 2016). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 3 aprile 2016, 17:24 da //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Istituto_per_la_ricostruzione_industriale&oldid=66064956.

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